sabato 24 Settembre 2022

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“Romanzi femminili”: ha senso chiamarli ancora così?

Qualche giorno fa sono entrato in una libreria Mondadori e ho iniziato a girare dentro al negozio. D’un tratto la mia attenzione è stata catturata dalla scritta che campeggiava sulla cima di uno scaffale: “romanzi femminili”. Mi sono chiesto: perché questi romanzi sono classificati come femminili? Quand’è che un romanzo è femminile? Magari esistono pure romanzi maschili… Ho continuato il giro ma no, nessuno scaffale con la scritta “romanzi maschili”.

Stereotipi duri a morire

Scorrendo i titoli dello scaffale, si trattava per lo più di romanzi in cui venivano affrontati temi come l’amore, i sentimenti, le passioni. E chi dice che solo le donne posso leggere questi tipi di libri? Chi decide che un romanzo sia adatto ad una ragazza anziché ad un ragazzo? E se un uomo volesse leggere un romanzo “femminile” o una donna un romanzo “maschile”? Senza contare che , secondo me, quella di classificare alcuni libri come “romanzi femminili” è una grossa limitazione anche per gli editori, che escludono a priori una fetta di mercato.

Altre catalogazioni

Oggi esiste una disciplina chiamata architettura dell’informazione che si occupa di organizzare, seguendo criteri logici e semantici, le informazioni presenti in un dato contesto. Per esempio, i vini possono essere catalogati in base alla regione di provenienza, in base al colore, in base alla gradazione alcolica, in base al prezzo e così via, sia che ci si trovi in un contesto fisico, come un negozio, ma anche virtuale, come un sito e-commerce.

Le librerie quasi sempre catalogano i propri libri in base ai generi letterari. Scegliendo la categoria “romanzi femminili”, però, la catalogazione viene fatta in base al lettore – primo errore di fondo – e questo comporta una discriminazione stereotipata – secondo errore. Per rimanere coerenti, allora, ed evitare spiacevoli situazioni, si potrebbe utilizzare una categoria – come succede all’estero – più neutra. Qualcosa del tipo: “romanzi sentimentali” o “romanzi d’amore” o “romanzi passionali”, che rimanda alla tipologia di libro e non di lettore. Che ne pensate?

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Fabio Brocceri
Fabio Broccerihttps://www.fabiobrocceri.it
Sono un giornalista esperto in comunicazione. Dal 2011 lavoro nella PA come addetto stampa e comunicatore pubblico. Clicca qui se vuoi saperne di più.
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3 Commenti

  1. Secondo me si dovrebbero chiamare solo “romanzi” senza specificare se sono d’amore, il lettore deciderà se siano essi di stampo sentimentale o passionale in base al racconto. Camillo Boito scrisse “Senso” che non era un romanzo sentimentale ma esclusivamente passionale come in “Madame Bovary” di Gustave Flaubert.

  2. Ciao, interessante articolo e interessante tema, quello della classificazione, che penso faccia parte della scienza della bibliografia ma potrei sbagliarmi, non sono un esperto.
    I romanzi femminili sono, a mio parere, l’evoluzione del genere rosa.
    Anche io sono affranto, da come la cultura popolare sia stereotipata.
    Ma la colpa non è del libraio o dell’editore.
    E’ colpa della società in generale e delle sue ideologie, che fomentano delle tribalità soffocanti.
    Però, per quanto a me questo addolori, è indubbio che (per via delle ideologie della nostra società) si creano delle barriere che esasperano le naturali divergenze di età, classe, genere delle persone.
    Ti faccio degli esempi.

    Tutti i giornali scandalistici sono sfogliati da donne (o aspiranti tali).
    I loro temi, gossip sui matromini delle principesse, i tradimenti dei vip, i bebé, sono di interesse esclusivo di donne poco colte o di donne in un momento di particolare svogliatezza.
    Solo io, in una sala d’aspetto, sfoglio GENTE, e solo per interesse astratto.

    La stessa cosa per riviste come “Donne e Motori”, GQ, e Playboy.
    La maggior parte dei lettori sono uomini, lo deduci dal fatto che ci sono sempre tette e cosce e belle donne e si parla di cose tecno competitive, moto, auto, voli nello spazio, sport.
    Il target sono uomini poco colti o tremendamente svogliati.

    Romanzi rosa
    Sono romanzi di genere, ovvero che devono seguire un plot prevedibile e standardizzato, dove l’eroina è al centro dell’attenzione, ci sono uomini bellissimi con cui ha a che fare, e il lieto fine prevede l’amore (intendo l’amore di coppia, quindi sesso e romanticismo).
    Se vuoi, puoi chiamarli “romanzi d’amore” che poi è il tema cardine da cui è nato il genere romanzesco, credo.
    Esempi che hanno un loro valore sono Cime Tempestose, di Emily Bronte. Il più famoso è 50 scale di grigio, che resta commerciale ma travalica il genere rosa.
    Ne ho letto uno, ma in genere li trovo troppo narcisistici.
    Non concordo con Argangela.
    Senso di Boito e la Bovary non piacerebbero alle lettrici di 50 scale di grigio.
    La Bovary finisce suicida, se ricordo bene, e Senso può piacere perché lei si vendica e fa condannare a morte l’amante, ma non è il finale che ci si aspetta da un romanzo d’amore.
    Marguerite Duras e Anais Nin, sono letteratura erotica, ad esempio, e per me sono alta letteratura, o meglio per me scavano nell’animo umano, anche se da una prospettiva femminile.

    I romanzi maschili esistono, ma si chiamano d’azione o avventura e di guerra.
    Probabilmente il pubblico è più eterogeneo, ma la prevalenza è maschile.
    Quante donne credi che si vogliano leggere Rambo? (Il libro esiste, non me lo invento) o i tre Adolf? (anche questo è un titolo vero!) i libri in cui la gente si spara e si ammazza e c’è un eroe che alla fine vince, sono molto noiosi, per le donne.
    Anche io, li trovo molto noiosi, la violenza giustificata dall’etica la trovo ipocrita.

    CI sono generi trasversali: fantascienza, mistero, fantasy, penso anche il genere giallo.
    Per riassumere: non sono un esperto, deploro anche io le classificazioni di genere, ma l’origine del problema non sta negli editori e librerie, che fanno una scelta pragmatica, ma dagli ottusi limiti delle ideologie in cui siamo tutti immersi.

    • Grazie dell’interessante riflessione Yuri!
      Secondo me il linguaggio svolge un ruolo molto importante nel plasmare la realtà. Per esempio, se si continua a mantenere l’etichetta “romanzi femminili”, gli uomini saranno portati ad evitare quel genere, alimentando lo stereotipo che nel tempo si è affermato su questa particolare tipologia di libri. A volte bastano piccoli accorgimenti per correggere il tiro, anche se – come disse Einstein – “è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”.

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