sabato 28 Novembre 2020
Comunicazione nelle omelie domenicali

Come migliorare la comunicazione nelle omelie domenicali

Non ho difficoltà ad ammettere che, forse per deformazione personale, quando ascolto qualcuno che parla in pubblico spesso mi capita di estraniarmi dal messaggio che sta veicolando per concentrarmi sulle modalità con cui lo sta facendo. Inizio osservando la persona che parla, come dice le cose, e poi passo ad analizzare il pubblico, per capire se il messaggio che sta diffondendo abbia o meno fatto breccia tra i destinatari. Non di rado mi è capitato di fare queste osservazioni durante le omelie domenicali e oggi vorrei condividerne alcune con voi.

Religione e comunicazione

Già qualche tempo prima della nascita di Gesù, la comunicazione aveva un ruolo importante nella società: l’oratoria era considerata una vera e propria arte, tanto che Cicerone dedicò ad essa ben tre opere. Nel corso dei secoli ci sono stati tanti predicatori abili nel comunicare che hanno attirato a sé tante persone. Ma qual è stato il loro segreto? Come sono riusciti a conquistare il cuore dei fedeli? In questo post analizzeremo alcuni aspetti comunicativi delle omelie domenicali fatte dai celebranti, cercando di capire quello che funziona e quello che funziona meno.

I fedeli non vanno in chiesa per sentirsi mortificati

Partiamo dal motivo per cui i fedeli si recano in chiesa. Molti lo fanno per abitudine, qualcuno per compiacere delle persone o salvaguardare il ruolo che occupa nella società, ma la maggior parte vi si reca per un bisogno spirituale, per sentirsi in pace con il mondo, dare un senso alla propria vita ed avere conforto. Ecco, una delle cose più comuni che mi è capitato nel corso degli anni è stato assistere a delle omelie domenicali che sembravano più ramanzine, piene di rimproveri e diti puntati. È giusto correggere comportamenti che la dottrina ritiene scorretti, ma questo non deve diventare il fulcro dell’omelia. Le persone hanno bisogno di empatia, di soluzioni ai loro problemi, di sentirsi bene, non di essere mortificate. La sensazione di stare in un’aula di tribunale non è efficace affinché un certo messaggio venga interiorizzato al meglio.

La vita quotidiana è la chiave dell’attenzione

Comprendere concetti astratti o troppo alti, quali sono spesso quelli legati alla religione, non è purtroppo alla portata di tutti. Ecco perché Gesù parlava tramite parabole. Oggi spesso manca nei predicatori la capacità di calare il vangelo (o qualunque messaggio religioso in generale) all’interno della vita quotidiana delle persone. Per questo è importante fare degli esempi che, prendendo spunto dai testi sacri, possano essere applicati alla vita di tutti i giorni. Le persone sono preoccupate per i loro figli, per il lavoro, per la loro salute, per il loro futuro: se il messaggio riesce ad agganciarsi a qualcosa che è importante per i fedeli, ci sarà più attenzione e propensione all’ascolto e sarà più facile poi inserire nell’omelia anche concetti più difficili. Un altra tecnica potrebbe essere quella di “assegnare” un compito specifico per la settimana, qualcosa di facilmente realizzabile, per passare dalla teoria alla pratica ed aumentare il coinvolgimento diretto del fedele.

Fare delle citazioni (anche “pop”)

Fare delle citazioni all’interno di un’omelia domenicale può rappresentare un motivo di curiosità per il fedele, che magari lo porterà poi approfondire un passo della Bibbia o il pensiero di un santo. Anche utilizzare frasi tratte da libri, canzoni, film usciti recentemente può essere un modo per rendere più “fresca” la comunicazione: sarà più facile, infatti, sentirsi coinvolti se si condivide uno stesso contesto culturale. Senza contare il fatto che si creerà un’associazione positiva tra citazione e messaggio e ogni volta che il fedele si imbatterà in quel libro, in quella canzone, in quella pubblicità o altro, gli tornerà in mente quell’omelia.

Raccontare un aneddoto

Niente riesce a catturare l’attenzione dei fedeli come il racconto di un’esperienza vissuta. I racconti creano delle immagini mentali, creano attesa, curiosità in chi li ascolta e spesso si rimane attenti perché si vuole conoscere come andrà a finire una storia. Se si raccontano esperienze personali,  il predicatore viene percepito come più familiare e il suo messaggio diventa ancora più forte, in quanto entra in gioco il concetto di testimonianza: il messaggio viene veicolato non per mera “prassi”, ma perchè chi sta parlando ci crede veramente e lo vive in prima persona. Un po’ come i meccanismi che regolano la brand reputation (anche se il paragone può sembrare azzardato), è importante anche una certa coerenza tra il messaggio diffuso e il comportamento di chi lo diffonde. Non a caso esiste un detto che dice “predicare bene e razzolare male”.

Applicare le regole del public speaking

Infine, ma non per importanza, è importante seguire le regole del public speaking. Ne ho parlato più nello specifico in questo post: variare il tono della voce, passando da suoni gravi a suoni più acuti, fare attenzione al ritmo, soffermandosi su alcune parole e velocizzando la pronuncia di altre, fare delle pause, aiutarsi con i gesti, prestare attenzione nell’avere uno “sguardo democratico”, scandire bene le parole, ecc. sono tutte accortezze necessarie per comunicare meglio con l’uditorio.

È necessario prestare attenzione a tutte queste cose? Sì, e il modo migliore per apprenderle e farle diventare “naturali” è l’allenamento.

Informazioni su Fabio Brocceri

Mi chiamo Fabio Brocceri e sono un giornalista, addetto stampa ed esperto in comunicazione. Ho 34 anni, vivo a Roma e lavoro come comunicatore pubblico: aiuto, cioè, le Amministrazioni a dialogare meglio con i media e con i cittadini. Svolgo anche attività di docenza e nel tempo libero bloggo su FabioBrocceri.it.

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