venerdì 30 Ottobre 2020
Simone Santucci

Intervista a Simone Santucci: “la credibilità è determinante per una comunicazione istituzionale di livello”.

Quanto è difficile mantenere un profilo formale in un contesto comunicativo come quello italiano dove spesso si fa a gara a chi alza di più la voce? Come attirare l’attenzione dell’informazione mainstream su particolari temi di pubblica utilità che hanno scarsa attrattività mediatica? Sono alcuni degli argomenti su cui ci siamo confrontati con Simone Santucci, classe 1987, giornalista e addetto stampa, da qualche mese responsabile comunicazione della struttura della Presidenza del Consiglio dei Ministri che si occupa degli anniversari di interesse nazionale e della promozione di eventi sportivi.

Simone, se non sbaglio nel corso della tua carriera – già di tutto rispetto nonostante la tua giovane età – ti sei sempre occupato di comunicazione istituzionale. Quando hai capito che questo sarebbe diventato il tuo mestiere?

È stata una strada intrapresa quasi per caso, già durante gli studi universitari di Giurisprudenza. Tutto nasce ovviamente dall’immensa passione per la politica e per la storia del nostro Paese, una precondizione imprescindibile, credo, per chiunque voglia avvicinarsi a questo mestiere. 

Per diverso tempo sei stato direttore responsabile di LabParlamento, l’osservatorio che passa in rassegna l’attività politica italiana e internazionale. Quanto è complicato mantenere una certa imparzialità nel racconto politico in Italia?

Non facile, certamente. Il giorno in cui l’editore, l’Adl Consulting, mi chiese di assumere la direzione del giornale fu molto chiaro nel voler mantenere la linea editoriale assolutamente equidistante dai vari schieramenti. Durante la mia direzione il giornale ha sperimentato, con un buon riscontro da parte del pubblico, una serie di dossier dedicati ai temi più inediti dell’economia, della politica e della società, fornendo dati, statistiche e dando voce ad autorevoli studi indipendenti. Quando i numeri si discostavano dallo storytelling governativo o da quello d’opposizione bisognava far comprendere ai lettori, soprattutto a quelli più schierati, che non vi era alcun intento secondario se non la narrazione di un fatto. Il mestiere del giornalista è quello anzitutto di informare. Può accadere che i numeri forniti da una inchiesta indipendente coincidano con quanto dica una parte politica. Come può accadere l’esatto contrario.

Per tanti anni hai curato l’ufficio stampa dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Quanto è stato difficile smarcarsi dal linguaggio “burocratico” in favore di una comunicazione più accessibile ai non addetti ai lavori?

L’Unione delle Camere Penali è stata sotto questo punto di vista una palestra eccellente. Quando lo scopo sociale non è di tipo sindacale o corporativo ma investe esclusivamente la difesa delle garanzie di ciascuno di noi, prima, durante e dopo il processo penale, il linguaggio burocratico perde di importanza, specialmente se l’obiettivo è squisitamente politico e accompagnato da documenti, comunicati e dibattiti di altissimo livello. In questi ultimi anni l’Avvocatura penale, un tempo più penalizzata nel dibattito mediatico, è divenuta centrale per gli organi di informazione, tanto quanto l’Anm. Con una validissima collega e con una struttura d’eccellenza moltiplicare la presenza della “voce garantista” è stata una sfida tanto ambiziosa quanto riuscita. E lo spazio che ancora in questi giorni si dedica alla posizione dei penalisti sulla riforma della prescrizione lo dimostra. Nel 2017, quando fui nominato responsabile della campagna di comunicazione per la raccolta firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare recante la separazione delle carriere nella magistratura, raggiungere 50.000 firme ci sembrava impossibile. L’amico Gian Marco Chiocci, all’epoca direttore de Il Tempo che pure sostenne l’iniziativa, ci disse “non ce la farete mai”. Alla fine ne raccoglieremmo 70.000, a dimostrazione che la nobiltà di certe campagne, proprio perché non corporative, riescono a fare breccia anche presso il cittadino meno attento al dibattito politico quotidiano. Finire negli ingranaggi, talvolta perversi, del processo penale è meno improbabile di quanto non si possa pensare.

Negli ambienti ministeriali diciamo che non sei “nuovo”. In passato sei stato consigliere per la comunicazione e la stampa al Ministero dello Sviluppo economico e poi al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Riscontri o hai riscontrato delle difficoltà nel cambiare temi e settori? Se sì, quali?

Entrambi i ministeri si caratterizzano per la vastità delle proprie competenze. Il MiSE non è solo industria, è anche assicurazioni, cooperative, camere di commercio, smart city, telecomunicazioni. Come il MIT non è solo trasporto o navigazione ma interporti, autotrasporto, continuità territoriale. Incontrare difficoltà rispetto al tecnicismo dei documenti prodotti al loro interno è fisiologico. La sfida per un comunicatore che opera in dicasteri del genere è quella di essere in grado di tradurre certi contenuti e depurarli da tutto ciò che non può interessare al mondo dell’informazione, riducendo all’osso i concetti fondamentali.

Sei stato anche Capo ufficio stampa del Ministro per le Politiche giovanili e lo sport, Vincenzo Spadafora. Come si svolgeva la tua giornata lavorativa?

Rassegna stampa, monitoraggio delle agenzie e una quotidiana riflessione sulle strategie di comunicazione, tenendo conto, nel modo più assoluto, del rispetto di uno stile istituzionale. Da questo punto di vista mi ritengo della vecchia scuola; avendo iniziato la mia carriera con un altro ministro, Renato Altissimo, sono ancora legato a certi rituali propri della prima repubblica. Nutro dubbi su esponenti delle istituzioni che, in modo esagerato, dimenticano o fingono di dimenticare il proprio ruolo. Quando si hanno certe responsabilità è giusto mantenere stili dialettici di un certo livello. Le chiacchiere da bar riversate sui profili social di alcuni politici, anche del recente passato, non forniscono al nostro Paese una bella immagine. Ciò non significa che un ministro o un parlamentare non possa adottare una comunicazione “pop”. Ma il cabaret è un’altra cosa.

Qual è la prassi che segui prima di diffondere una notizia?

Bisogna sempre chiedersi se la notizia che si sta per trasmettere sia di reale interesse per gli addetti ai lavori e, di riflesso, per il pubblico. Ancora oggi alcuni colleghi tendono ad inviare alla stampa notizie di dubbia rilevanza, semplicemente per “battere un colpo”. Dal mio punto di vista è un doppio errore: primo perché gli organi di informazione preposti a recepire tali elaborati difficilmente ne faranno davvero uso. In secondo luogo perché non si fa altro che togliere credibilità all’organo o alla persona che si vorrebbe invece pubblicizzare. La vecchia regola del parlare solo quando si ha davvero qualcosa da dire non invecchia mai.

Rispetto al passato, in che misura è aumentato il numero di interlocutori non-giornalisti?

È aumentato in proporzione alla crescita esponenziale della comunicazione rispetto all’informazione tout court. Con una legge sulla professione che non tiene ancora conto di certi mutamenti si moltiplicano quindi anche le patologie di un settore vasto come una jungla. Va detto, tuttavia, che il “fenomenismo” di alcuni comunicatori non fa bene né al settore né alla reputazione delle persone o degli enti per cui si sta lavorando. Pubblicità e informazione, specialmente nella comunicazione istituzionale, devono rimanere due mondi separati. Dall’altro lato, l’aumentare delle figure e dei ruoli attorno alla comunicazione politica ha indotto il giornalista “classico” ad aggiornarsi, magari obtorto collo, e ampliare la sua idea di informazione.

Quali sono gli strumenti dell’ufficio stampa 2.0 che utilizzi rispetto a qualche anno fa?

Da questo punto di vista la tua pubblicazione, che ho consigliato anche agli studenti di un corso intensivo promosso da LabParlamento, ha rappresentato un ottimo compendio di vecchie e nuove tecniche per giornalisti di testate, addetti stampa e social media manager. Affermare che il faro della nuova frontiera sia lo strumento social è ormai una banalità. Eppure credo che la vera sfida di oggi sia non tanto unirsi al dibattito dei trend topic ma aprirne uno originale. Molti sono i temi “inventati” da utenti comuni che generano la coda dei commenti da parte dei politici. Pochi, invece, quelli provenienti da parlamentari o ministri. 

Anche a te chiedo un consiglio da dare ai giovani professionisti della comunicazione che vogliono intraprendere questo mestiere.

Quando ci si ritrova a gestire uffici stampa di una certa rilevanza istituzionale si rischia di apparire arroganti con la stampa e con gli operatori dell’informazione o a prediligere una testata o un giornalista in particolare. Trattare le testate, grandi e piccole, allo stesso modo, con la stessa professionalità e la stessa accortezza, siano esse “nemiche” o “amiche” è – a mio avviso – la prima regola per un addetto stampa che voglia non solo essere, ma anche apparire, professionale.

Informazioni su Fabio Brocceri

Mi chiamo Fabio Brocceri e sono un giornalista, addetto stampa ed esperto in comunicazione. Ho 34 anni, vivo a Roma e lavoro come comunicatore pubblico: aiuto, cioè, le Amministrazioni a dialogare meglio con i media e con i cittadini. Svolgo anche attività di docenza e nel tempo libero bloggo su FabioBrocceri.it.

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