Bene o male purché se ne parli?

Il motto “bene o male, purché se ne parli” è diventato ormai un modo per giustificare qualsiasi fenomeno comunicativo che susciti reazioni importanti, generalmente oltre il buon senso e il politically correct. Ma quanto c’è di vero in questa affermazione? E, soprattutto, quanto paga l’essere sulla bocca di tutti ma in maniera negativa?

Qual è l’obiettivo che si vuole raggiungere?

Alzare la voce, fare un’affermazione controversa, destare scalpore con un comportamento particolare, andare contro il politically correct sono tutte azioni comunicative che servono ad attirare l’attenzione degli utenti e dei media, in un contesto dove l’attenzione è diventata il fattore chiave per eccellenza. In alcuni casi, il “purché se ne parli” indubbiamente funziona. Pensiamo a un’azienda i cui clienti sono per lo più persone che hanno un’attitudine ribelle: utilizzare un linguaggio sopra le righe potrà anche risultare pesante per la maggioranza del pubblico, ma non per il target dell’azienda che, anzi, probabilmente aumenterà grazie alla brand awareness. Non sempre, però, associare un brand a comunicazioni politically incorrect rappresenta una mossa vincente.

Spararla grossa affinché se ne parli

Oggi le dichiarazioni forti o i comportamenti scorretti vengono spesso utilizzati con un obiettivo ben preciso: influenzare l’agenda dell’informazione, promuovere un prodotto, creare consenso, ecc. Per cui capita sempre più spesso che per raggiungere un obiettivo vengano messe in atto delle azioni comunicative collaterali che servono a rafforzare la comunicazione del prodotto principale. Ecco, dunque, che quando si ha la necessità di promuovere un programma televisivo, un album, una mostra e così via, quasi sempre viene lanciata una provocazione o viene rilasciata una dichiarazione “shock”, per spingere il prodotto. Qualche esempio? Eccone alcuni recenti:

Quanto “converte” la cattiva pubblicità?

Per ottenere l’attenzione dei media, non basta, quindi, comunicare una notizia così com’è, ma è necessario sostenerla attraverso azioni comunicative “di rinforzo”. Se però queste ultime iniziano a recare un danno d’immagine al brand, occorre valutare il rapporto costi/benefici. Quando si fa una provocazione o si scade nel volgare, se da un lato si attira l’attenzione, dall’altro l’immagine del  brand verrà associata a un sentiment negativo, che a lungo andare avrà conseguenze deleterie. Meglio, quindi, in alcuni casi, utilizzare l’ironia per provare a imporsi nel dibattito pubblico, provando a non sacrificare la qualità a favore della quantità. Insomma, non più “bene o male, purché se ne parli”, ma puntare sulla creatività affinché se ne parli!

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Sono un giornalista ed esperto di comunicazione. Lavoro come addetto stampa nella Pubblica Amministrazione. Se vuoi restare aggiornato sulle novità del blog, puoi seguire la mia pagina Facebook!

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